Storia Stati Uniti d’America

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Storia Stati Uniti d’America 2017-03-16T15:50:01+00:00

Le origini

La formazione degli Stati Uniti, costituitisi in nazione indipendente alla fine del XVIII secolo, trae le sue origini dalle esplorazioni geografiche avviate alla fine del XV secolo con i viaggi di Cristoforo Colombo e di Giovanni Caboto. All’inizio del XVI secolo i primi gruppi di coloni europei, provenienti principalmente dalla Spagna, dalla Francia e dall’Inghilterra, si insediarono nei territori nordamericani dove vivevano gruppi di indigeni seminomadi. Se si escludono le regioni dell’attuale Messico, divenute possedimento degli spagnoli, la colonizzazione europea rimase episodica fino alla fine del XVI secolo. Le guerre europee tra Spagna e Inghilterra ebbero riflessi internazionali nel momento in cui gli inglesi, spinti a contendere agli spagnoli la supremazia sui mari, per impulso di Walter Raleigh promossero la formazione di colonie stabili in Virginia.

L’insediamento coloniale

All’inizio del XVII secolo la Compagnia della Virginia, nata da un’associazione di mercanti londinesi, dopo avere ottenuto dalla Corona i privilegi per lo sfruttamento della costa atlantica dell’America del Nord, stabilì alla foce del fiume James, nella baia di Chesapeake, il primo insediamento stabile, Jamestown. Pressoché contemporaneamente esploratori francesi procedettero alla ricognizione del territorio che includeva l’intera valle del fiume Mississippi, ponendo le premesse per il controllo della vasta area compresa tra la regione dei Grandi Laghi e il golfo del Messico, mentre coloni olandesi si stanziarono sulla costa, fondando nel 1624 la città di Nuova Amsterdam (l’attuale New York). Nel secondo decennio del XVII secolo la colonizzazione inglese venne favorita dall’emigrazione di persone appartenenti a sette religiose, perlopiù di orientamento puritano, che cercavano un luogo in cui poter liberamente professare il proprio culto e costruire una società a misura dei loro ideali. Il viaggio che i Padri Pellegrini, membri di una congregazione calvinista, effettuarono a bordo della Mayflower nel 1620 e la fondazione della colonia di Plymouth, nel New England, sarebbero divenuti eventi costitutivi dell’identità storica degli Stati Uniti. La forte impronta religiosa, la libera iniziativa di individui uniti da comuni valori etici, la forma democratica del governo della colonia, una notevole autonomia da Londra che si concretizzava in forme di autogoverno, furono i tratti di fondo sui quali si costruì il modello coloniale nel territorio del New England.

Nel corso del XVIII secolo si definirono le peculiarità delle tre grandi aree nordamericane in cui erano inseriti gli stati coloniali inglesi, saliti al numero di tredici: quella meridionale (Virginia, Maryland, South e North Carolina, e Georgia), nella quale dominavano i latifondi agricoli riservati alla coltivazione di riso, tabacco e cotone; quella centrale (New York, New Jersey, Delaware e Pennsylvania), in cui cerealicoltura e commercio navale si integravano; quella settentrionale (Massachusetts, Connecticut, Rhode Island e New Hampshire), cuore della prima colonizzazione inglese, anch’essa a economia mista, agricola e manifatturiera, che aveva nel porto di Boston il suo centro propulsore.

Verso l’indipendenza

La supremazia economica dell’Inghilterra nei commerci mondiali fu sanzionata dall’espansione territoriale in America, conseguita con le vittorie militari a danno prima della Spagna, nella guerra di successione spagnola, e poi della Francia, nella guerra dei Sette anni, in seguito alla quale i britannici ottennero il Canada, la Florida e la Louisiana orientale.

Intanto i tredici stati americani acquisivano posizioni di forza nel rapporto con la madrepatria, perché le ragioni dello scambio commerciale volgevano a loro favore: crescevano le esportazioni di legname, grano, tabacco, cotone e il numero delle navi fabbricate nei cantieri americani, mentre diminuiva l’importazione di merci dall’Inghilterra. La popolazione delle colonie era intanto salita da 250.000 abitanti nel 1700 a oltre due milioni nel 1770. Anche sul piano politico il rapporto tra colonie e madrepatria cambiò, e quando il Parlamento inglese, nel 1764-65, impose il Sugar and Molasses Act (tassa sullo zucchero) e lo Stamp Act (tassa sugli atti d’ufficio) nacquero le prime forme di resistenza delle tredici colonie, che decisero per il boicottaggio delle merci inglesi.

A Boston, nel 1770, un contingente inglese sparò sulla folla che dimostrava contro l’imposizione di nuove tasse, provocando alcuni morti: l’episodio suscitò forte emozione e contribuì ad aggravare la frattura tra il governo di Londra e i coloni americani.

La guerra d’indipendenza

Negli anni successivi le posizioni si radicalizzarono da entrambe le parti, mentre continuava la protesta contro la tassa sul tè. Nel dicembre 1773 i coloni, per protesta contro la concessione del monopolio della vendita del tè alla Compagnia delle Indie Orientali, affondarono il carico di tre navi inglesi all’ancora nel porto di Boston (Boston Tea Party). Seguirono ritorsioni da parte del governo di Londra, a cui i rappresentanti dei tredici stati risposero rafforzando la loro alleanza e rivendicando l’autogoverno delle colonie nel primo Congresso continentale del 5 settembre 1774.

Poco tempo dopo il conflitto politico si trasformò in scontro armato, intrapreso inizialmente dallo stato del Massachusetts e divenuto una scelta generale al secondo Congresso continentale (1775), quando i tredici stati votarono a favore del reclutamento di un esercito, che affidarono al comando di George Washington. Inoltre decisero l’emissione di una moneta americana e assunsero le prerogative di autorità di governo delle colonie. Superando le resistenze dei moderati e dei lealisti, contrari alla separazione dall’Inghilterra, i rappresentanti più radicali si batterono fino a ottenere l’approvazione della Dichiarazione d’indipendenza, che rappresentò l’atto di nascita degli Stati Uniti.

Dalla parte degli insorti americani, dopo la loro vittoria a Saratoga Springs nel 1777, scesero in campo la Francia, l’Olanda e la Spagna: i loro aiuti militari (soprattutto dei francesi) e finanziari spostarono l’equilibrio del conflitto. Dopo cinque anni di operazioni, segnate da rari scontri in campo aperto perlopiù conclusi a favore degli americani, e a seguito della sconfitta inglese a Yorktown, furono intavolate trattative di pace che, con la mediazione della Francia, sfociarono nella firma del trattato di Parigi e nell’indipendenza delle colonie americane.

La Costituzione

Ottenuta l’indipendenza, occorreva definire quale forma di governo le ex colonie intendessero applicare. Ogni stato presentava proprie specifiche identità, non facilmente integrabili tra loro, e profonde erano le divergenze politiche: per questo motivo prevalse l’idea che ogni stato fosse libero di autodeterminarsi adottando una propria costituzione. Si configurò un ventaglio assai diversificato di opzioni generali, che andavano dal mantenimento di antiche carte redatte in epoca coloniale all’adozione di moderne costituzioni (come nel caso della Virginia) che sancivano i principi dell’eguaglianza, della libertà, della divisione dei poteri e che rifiutavano la schiavitù. Fu scelto un sistema federale, che conciliava le tradizioni del particolarismo e della differenziazione religiosa caratteristici dei singoli stati con le ragioni dell’interesse comune, della difesa militare, dell’impulso allo sviluppo, cementate dalla guerra di indipendenza.

Il testo della costituzione, redatto nel Congresso di Philadelphia del 1787, sanciva le idee dei federalisti: stabiliva infatti un rapporto di elezione diretta tra cittadini e governo centrale, e di sovranità diretta del secondo sui primi nell’ambito di determinate competenze (finanze, politica estera, guerra), fatta salva la garanzia di ampie autonomie ai singoli stati. Gli organi principali del governo centrale furono fissati nel Congresso (costituito dalla Camera, eletta a suffragio universale maschile e con sistema proporzionale, e dal Senato, composto da due senatori per ogni stato), nel presidente, eletto ogni quattro anni con un sistema indiretto e dotato di forti poteri esecutivi, e nella Corte Suprema, garante dell’unione federale.

Nelle prime elezioni, tenutesi il 4 febbraio 1789, fu eletto presidente George Washington. Lo slancio economico che segnò gli anni di formazione degli Stati Uniti fu favorito dalla colonizzazione di nuove terre a ovest, dove alla fine del Settecento sorsero i nuovi stati del Kentucky e del Tennessee, seguiti all’inizio dell’Ottocento da Ohio, Indiana, Michigan e Wisconsin. Iniziò allora l’avanzamento della frontiera verso il Pacifico, che consegnò agli americani uno spazio divenuto via via di dimensioni continentali, immenso serbatoio di terre e di risorse agricole e minerarie.

La presidenza Jefferson

Il dibattito politico, inasprito dagli echi della Rivoluzione francese e dalle opposizioni alla sovranità del potere federale, vide emergere il partito repubblicano: a quest’ultimo apparteneva Thomas Jefferson, il quale, eletto presidente nel 1800 e riconfermato nell’incarico nel 1804, interpretò la volontà della grande massa dei piccoli proprietari terrieri (i farmers), spostando l’equilibrio federale a favore dell’autogoverno locale. L’atto più importante della sua presidenza fu l’acquisto della Louisiana, la cui annessione raddoppiò la superficie degli Stati Uniti e ne orientò lo sviluppo verso la colonizzazione.

Tra il 1806 e il 1809 Jefferson decretò una serie di misure che vietarono lo scambio commerciale con i paesi europei (Non-Importation Act, Embargo Act, Non-Intercourse Act), allo scopo di protestare contro le violazioni dei diritti commerciali dei paesi neutrali, compiute da Francia e Inghilterra nel corso delle guerre napoleoniche.

La guerra del 1812-1814

Durante la presidenza di James Madison, le tensioni crescenti con la Gran Bretagna nel 1812 portarono allo scoppio del conflitto anglo-americano, che si protrasse fino al 1814 con sorti alterne, ma senza risolutive operazioni militari: agli americani non riuscì il tentativo di sollevare il Canada, rimasto leale alla Corona, mentre gli inglesi riuscirono a conquistare Washington, venendo poi bloccati a Baltimora. Nel trattato di Gand, che pose fine al conflitto, i due paesi si impegnarono a restituirsi i territori conquistati e a definire in successivi colloqui la linea meridionale del confine canadese. Da quell’esperienza uscì rafforzato il sentimento nazionale degli americani, ormai persuasi che il loro futuro dovesse svincolarsi del tutto dalle vicende europee.

Sviluppo economico e territoriale

Nella prima metà del XIX secolo il territorio federale si accrebbe con l’ingresso nell’Unione degli stati della Louisiana (1812), dell’Indiana (1816), dell’Illinois (1818), dell’Alabama (1819) e della Florida (1819). Nel 1936 entrò a far parte dell’Unione il Texas, staccatosi dal Messico; nel 1846 il Territorio del Nord-Ovest, che gli Stati Uniti ottennero in seguito a un trattato con la Gran Bretagna, e del vasto Sud-Ovest, ottenuto con la guerra contro il Messico.

A metà Ottocento il confine occidentale era giunto al Pacifico e si contavano più di trenta stati aderenti all’Unione. Un’economia fiorente e in rapido sviluppo agevolò il precoce avvio dell’industrializzazione, che mise radici negli stati atlantici, in particolare in quelli del Nord-Est, dove sorsero fabbriche moderne, all’avanguardia nello sviluppo tecnologico. Gli americani furono tra i primi a produrre, utilizzando la tecnologia del vapore e degli altiforni, i battelli a propulsione meccanica e le locomotive. Si lanciarono quindi nella corsa alla costruzione di strade ferrate in modo così intenso che la rete ferroviaria americana nel 1860 risultava la più estesa al mondo. Il nuovo mezzo di trasporto accompagnò e sostenne lo sviluppo economico, fornendo l’intelaiatura infrastrutturale senza la quale non sarebbe stato possibile organizzare uno spazio di quelle dimensioni. La rapidità di tale sviluppo risultò più accentuata nel settore industriale, nel quale a metà secolo gli Stati Uniti si collocavano al quarto posto nella graduatoria mondiale.

Altrettanto eccezionale fu la crescita demografica: la popolazione balzò dai 9,5 milioni di abitanti del 1820 agli oltre 31 milioni del 1860, con un tasso di incremento che non aveva eguali nella storia. Significativa fu la quota dello sviluppo demografico derivante dall’immigrazione: un flusso migratorio, a crescita quasi esponenziale, mosse dall’Europa, principalmente dall’Irlanda, dalla Germania e dalla Scandinavia. Numerosi giunsero anche gli africani, deportati in schiavitù per essere sfruttati come forza lavoro nelle piantagioni di cotone e di tabacco degli stati meridionali. Gli immigrati bianchi in parte si stabilirono negli originari tredici stati, in parte si diressero verso ovest, là dove un territorio vergine e sconfinato offriva un incessante richiamo allo spirito d’avventura di coloni e di pionieri. La scoperta dell’oro in California nel 1849 spinse migliaia di persone a dirigersi all’Ovest e a popolare le coste del Pacifico. Fu questo il contesto in cui nacque l’epopea del “Far West” (il “lontano Ovest”), un’epopea dapprima di carattere contadino, ma ben presto personificata da allevatori di bestiame, artigiani, commercianti, banchieri, costruttori di ferrovie, giunti in massa al richiamo delle grandi potenzialità affaristiche offerte dall’Ovest. A farne le spese furono le popolazioni indigene, che vennero letteralmente sterminate.

Isolazionismo e democrazia

Dopo la guerra del 1812-1814 contro i britannici, si radicarono nella politica americana le tendenze isolazioniste, favorite proprio dalla Gran Bretagna, convinta che l’America, al riparo da qualsiasi ingerenza europea, si sarebbe adattata a una posizione di dipendenza economica. Alla presidenza di James Monroe si fa risalire la proclamazione ufficiale della linea isolazionista, compendiata nella celebre formula “L’America agli americani”. Sotto la presidenza di Andrew Jackson, esponente di punta del partito democratico, si posero le basi della democrazia americana, imperniata sulla diffusa partecipazione popolare, sull’allargamento del suffragio (con l’esclusione dei neri) e sul carattere elettivo di molte cariche istituzionali. Si stabilizzò contemporaneamente il bipolarismo partitico: da una parte il partito democratico, con forte insediamento sociale al Sud, espressione dello spirito libertario e individualista degli uomini della frontiera, con venature radicali che lo collocavano a sinistra; dall’altra il partito Whig, apparso nel 1834, espressione degli interessi industriali e finanziari del Nord.

Il problema della schiavitù

Già alla fine del XVIII secolo le differenze economiche e politiche apparivano polarizzate dal contrasto tra gli stati del Nord e quelli del Sud, un contrasto che per diverso tempo si concentrò sulle tariffe doganali: gli stati meridionali erano favorevoli al libero commercio perché le materie prime da loro prodotte, come il cotone e il tabacco, non avevano rivali sul mercato internazionale. La libertà commerciale costituiva la condizione per la prosperità dell’economia agricola delle grandi piantagioni del Sud. Gli stati industriali del Nord, al contrario, propugnavano misure protezionistiche per tutelare le loro merci dalla concorrenza dei manufatti inglesi. Proprio in merito a questioni commerciali fu lanciata la prima minaccia di secessione quando, nel 1828, il South Carolina si dichiarò pronto a staccarsi dall’Unione se fosse stata approvata una tariffa doganale considerata contraria agli interessi dei suoi coltivatori.

La causa fondamentale del contrasto risiedeva tuttavia nella schiavitù. La linea di separazione tra stati schiavisti e stati antischiavisti, definita dal Compromesso del Missouri, correva tra il Missouri, il Delaware, il Maryland e il West Virginia: a settentrione la schiavitù era proibita, a sud legalizzata. La questione riguardava circa 4.000.000 di africani, oltre il 12% della popolazione. Il contrasto si acuì in seguito all’ingresso nell’Unione dei nuovi stati del Texas, dell’Oregon e della California, che metteva in discussione il Compromesso del Missouri, e quindi alla legge sul Kansas e sul Nebraska, che stabiliva il principio in base al quale ogni stato era libero di decidere sullo schiavismo, indipendentemente dalla propria collocazione geografica. A contrastare le tradizioni e gli interessi del fronte schiavista si formò negli anni Trenta un movimento abolizionista, presto trasformatosi in forza politica a carattere partitico, che prese nome di Free Soil Party, partito del “libero suolo”, favorevole al contenimento della schiavitù negli antichi confini. Da questo nucleo si costituì il Partito repubblicano, nel quale emerse una corrente decisamente abolizionista.

Guerra di secessione

La questione della schiavitù divenne dirompente dopo la metà dell’Ottocento, quando il nuovo Partito repubblicano diede rappresentanza politica alle forze antischiaviste, che includevano sia borghesi e operai degli stati del Nord, mossi da ragioni umanitarie e dal convincimento della superiorità del libero mercato del lavoro, sia contadini e coloni di quasi tutti gli stati entrati da poco nell’Unione.

Il contrasto tra il Nord abolizionista e il Sud schiavista sfociò nella guerra civile, dopo l’elezione a presidente degli Stati Uniti (novembre 1860) di Abraham Lincoln, capo del Partito repubblicano, favorevole a una graduale abolizione della schiavitù. Nel dicembre del 1860 undici stati del Sud si staccarono dall’Unione, costituendosi negli Stati Confederati d’America (febbraio 1861), una confederazione indipendente sotto la presidenza di Jefferson Davis e con una propria capitale, Richmond, in Virginia. Il Nord rispose con la mobilitazione di un esercito, a cui si contrapposero le forze sudiste guidate dal generale Robert Lee. Nell’aprile vi fu il primo scontro armato della guerra civile che si sarebbe combattuta per quattro anni con grande dispiegamento di uomini e di armi. La mobilitazione di un grande numero di soldati (quasi cinque milioni tra i due eserciti) e il ricorso alla nuova tecnologia militare – per la prima volta furono utilizzati il fucile a ripetizione, le mine, la mitragliatrice, le corazzate, i siluri, che fecero di questa guerra la prima dell’era industriale – causò un elevatissimo numero di vittime (circa 700.000) e gravissimi danni alle città coinvolte nel conflitto.

La superiorità economica e demografica del Nord pesò sull’esito del conflitto, che si concluse il 9 aprile 1865 con la capitolazione dei sudisti. Il 14 aprile Lincoln venne assassinato durante una rappresentazione teatrale da un fanatico sudista. Il 6 dicembre fu decretata l’abolizione della schiavitù in tutti gli stati dell’Unione con il 13° emendamento della costituzione. Due successivi emendamenti, il 14° (1868) e il 15° (1870), garantirono ai neri pieni diritti civili e politici.

La ricostruzione

Con la vittoria dei federali il paese poté essere pienamente unificato. Contrariamente alla linea politica di Lincoln, che avrebbe voluto attuare un piano di riconciliazione nazionale, il Congresso impose al successore, Andrew Johnson, un progetto definito di “ricostruzione” che in realtà instaurò negli stati del Sud un regime di occupazione militare. La piaga della disoccupazione colpì oltre 3 milioni e mezzo di neri liberati, mentre la produzione cotoniera calò vistosamente. In un clima tutt’altro che pacificato i settori oltranzisti si organizzarono in gruppi clandestini, tra cui il Ku Klux Klan, che cominciarono a praticare forme di terrorismo e atti di violenza contro la popolazione nera.

Le forze capitalistiche trassero grande vantaggio dalla ricostruzione postbellica, che favorì il pieno sviluppo dell’economia industriale e l’espansione dei capitali dell’Est a tutto il territorio americano. In mezzo secolo gli Stati Uniti passarono al primo posto nella graduatoria mondiale della produzione industriale. Assunsero una posizione dominante le concentrazioni industriali e finanziarie (corporations), nonché i grandi imperi economici (trusts) collegati alle dinastie di capitalisti, come i Rockefeller, i Carnegie, i Morgan, gli Harriman.

Le ferrovie, organizzando il più grande mercato nazionale del mondo, servirono a commercializzare la produzione agricola dell’Ovest e a portare nelle campagne gli interessi e la mentalità dei capitalisti dell’Est. Decisiva risultò la costruzione, in soli sette anni, della prima linea transcontinentale americana che, partendo da Omaha nel Missouri, raggiungeva San Francisco, sul Pacifico. Grazie al treno le grandi pianure dell’Ovest si trasformarono da terra di allevatori in terra di contadini stabili, perché le potenzialità di crescita dell’agricoltura vennero incrementate dalla possibilità di far arrivare in tempo breve le derrate alimentari dai luoghi di produzione a quelli di consumo.

I nuovi immigrati

La nuova fase di sviluppo economico fu alimentata da un’ulteriore progressione nella crescita demografica, favorita anche dalla crisi economica in cui versava l’Europa. Oltre dieci milioni di persone si trasferirono dall’Inghilterra, dall’Irlanda e dalla Germania. Una successiva corrente migratoria riversò, tra il 1890 e il 1914, negli Stati Uniti circa 16 milioni di scandinavi, di ebrei, di polacchi, di russi e di italiani, oltre a 4 milioni di asiatici. Fu allora che gli Stati Uniti confermarono la loro peculiarità storica, quella di rappresentare un crogiolo di etnie e di razze (il melting pot), un’autentica nazione di nazioni. Il tasso di incremento demografico toccò il livello record del 171% (dai 32 milioni di abitanti del 1860 ai 92 milioni del 1910), sostenuto certo dall’immigrazione, ma ancora di più dagli elevati indici di natalità.

Lotte sociali e politica estera

I ritmi accelerati dell’industrializzazione e la rapida diffusione del capitalismo finanziario e industriale, furono all’origine di conflitti sociali che videro protagonisti i contadini e gli operai. Nelle campagne dell’Ovest la pressione a cui erano sottoposti i piccoli coltivatori indipendenti (farmers) a causa dell’espansione delle grandi società capitalistiche scatenò una serie di proteste anche violente, dalle quali derivò la formazione del People’s Party. Si trattava di un partito che voleva tutelare gli interessi dei farmers, ma che al tempo stesso sapeva accogliere rivendicazioni e speranze della classe operaia, alleandosi all’American Federation of Labour. Il momento di massima influenza del Partito populista si registrò alle elezioni del 1896, nelle quali il candidato William Jennings Bryan si alleò ai democratici sulla base di un programma che mirava alla riduzione del monopolio fondiario, a una rigorosa legislazione “antitrust” e a una maggiore equità fiscale.

La sconfitta subita a opera del repubblicano William McKinley segnò la crisi del movimento populista e il trionfo dei valori del capitalismo. Dalla dirompente crescita della produzione e dai processi di concentrazione capitalistica scaturirono spinte imperialistiche, analoghe a quelle che giustificavano la contemporanea colonizzazione dell’Africa operata dalle potenze europee. Tuttavia l’imperialismo americano, a differenza di quello europeo, non si orientò all’occupazione militare di spazi extranazionali né al loro controllo diretto, basandosi piuttosto su forme indirette di condizionamento. Fu la presidenza McKinley a inaugurare una politica estera coerente con queste premesse: nel 1898, dopo l’affondamento di una corazzata americana all’Avana, gli Stati Uniti mossero guerra alla Spagna appoggiando un movimento cubano anticoloniale. La rapida sconfitta della Spagna consentì a Cuba di rendersi indipendente e agli Stati Uniti di rafforzare la propria presenza sull’isola. Avendo contemporaneamente ottenuto Puerto Rico e le Filippine e annesso le isole Hawaii, gli americani si ritagliarono in brevissimo tempo un grande spazio di egemonia, candidandosi a esercitare un ruolo di potenza mondiale.

Theodore Roosevelt

L’assassinio del presidente McKinley portò alla presidenza Theodore Roosevelt, repubblicano, conservatore, favorevole alla libertà politica ed economica. Sotto la sua presidenza vennero approvate leggi per ridurre il potere dei monopoli, fu varata la prima moderna legislazione per la difesa dei consumatori contro le frodi alimentari e medicinali (Pure Food and Drug Act) e per la protezione dell’ambiente. In politica estera Roosevelt attuò una linea fortemente aggressiva (la politica del big stick, grosso bastone), favorendo la separazione del Panamá dalla Colombia (1903), condizione perché gli Stati Uniti potessero finanziare la costruzione del canale. Dopo quasi un secolo di isolamento continentale, gli Stati Uniti presero posizione sulle questioni europee, pronunciandosi a favore della Francia nella contesa coloniale franco-tedesca per il Nord Africa.

Con minore energia e popolarità, il successore William Howard Taft continuò la lotta contro i trusts e favorì due emendamenti costituzionali di ispirazione progressista (il XVI sull’elezione diretta dei senatori e il XVII per l’imposta sul reddito).

La politica di Wilson

Sotto la presidenza di Thomas Woodrow Wilson scoppiò la prima guerra mondiale. Gli Stati Uniti, rimasti in un primo tempo neutrali, svolsero tuttavia una parte importante rifornendo di grano, vestiti, armi, macchine per l’industria bellica i due paesi a cui erano legati da forti vincoli storici, Gran Bretagna e Francia. Solo nel momento in cui i tedeschi diedero il via alla guerra sottomarina nell’Atlantico contro i convogli mercantili anche di paesi neutrali, il presidente Wilson dichiarò guerra alla Germania (6 aprile 1917). Sotto il comando del generale Pershing le truppe americane, composte di 1.750.000 soldati, diedero un contributo decisivo sul fronte franco-tedesco della Mosa e delle Argonne.

La politica di Wilson – La pace e gli ideali di Wilson

Alla Conferenza di pace, che si riunì a Parigi nel 1919, Wilson propose un piano imperniato sulla riforma delle relazioni internazionali come condizione per evitare in futuro altre guerre. Il piano, articolato in 14 punti, prevedeva libertà di navigazione e di commercio, riduzione degli armamenti, autodeterminazione dei popoli e formazione di un organismo internazionale, la Società delle Nazioni, deputato alla pacifica composizione dei conflitti interstatali.

L’idea utopica della pace perpetua trovava una proposta di attuazione, ma il piano, che pure suscitò reazioni di consenso tra i democratici europei, alle grandi potenze europee apparve inficiato di idealismo. Alla neocostituita Società delle Nazioni, con sede a Ginevra, mancò un forte avallo internazionale poiché non vi parteciparono la Germania, la Russia e neppure gli Stati Uniti, che pure l’avevano proposta.

Gli anni della prosperità

Alla fine della prima guerra mondiale gli Stati Uniti vissero un euforico decennio di prosperità nel quale la spinta ai consumi si diffuse a ogni strato sociale. Indicativi i dati dell’industria automobilistica, che nel 1929 segnalava la produzione di oltre 23 milioni di auto e 3 milioni di autocarri. Nelle nuove forme di comunicazione, come la radio e il cinema, nei nuovi sistemi di trasporto, come l’aviazione, nei settori di punta dell’industria, come la chimica e la siderurgia, gli Stati Uniti erano all’avanguardia mondiale perché disponevano non solo dei capitali, ma anche del sapere tecnologico e scientifico.

I tratti delle moderne società erano già presenti nelle fabbriche e nelle città americane degli anni Venti, compresi i fenomeni deteriori, evidenziati dalla piaga del gangsterismo, fiorito in seguito alle misure proibizionistiche. Nonostante i progressi industriali e il diffuso benessere, l’economia americana presentava segni di instabilità, particolarmente visibili nel settore agricolo che subiva le conseguenze del calo di esportazioni in Europa. Lo stesso sistema industriale soffriva per eccesso di produzione, mentre il debito contratto dagli europei in dollari durante la guerra rendeva instabile la finanza statunitense.

La crisi del 1929 e il New Deal

I nodi dell’economia e della finanza si intrecciarono nella grande crisi scoppiata nell’ottobre del 1929, con il crollo della Borsa di New York, a cui né i mezzi della finanza né quelli dello stato poterono porre rimedio, così che migliaia di aziende fallirono e la disoccupazione salì fino al punto di interessare nel 1934 il 25% della popolazione attiva (circa 13 milioni di americani).

Nelle elezioni del 1932 fu eletto presidente il candidato del partito democratico, Franklin Delano Roosevelt, a cui andarono i voti dei ceti medi, dei contadini, degli operai, dei disoccupati, ossia di quei settori maggiormente esposti alla crisi. Roosevelt, uomo di grande prestigio personale, incarnò le speranze di rinascita dell’economia americana e di sviluppo della società. La piattaforma elettorale fu all’insegna della parola d’ordine del New Deal (“nuovo corso”). Nella prima fase del New Deal fu posto l’obiettivo di ripristinare il credito, di rilanciare la produzione industriale e agricola, di aggredire la disoccupazione, e tutto questo con una terapia d’urto (i “Cento giorni”) rapida e a tutto campo. Nel settore finanziario Roosevelt, appena eletto, mise controlli sulle banche e sul mercato azionario, punto di partenza della crisi; si indirizzò verso la svalutazione del dollaro, abbandonando la parità con le monete europee.

Nella seconda fase, avviata nel 1935, prima che le elezioni riconfermassero Roosevelt alla presidenza con una maggioranza schiacciante, l’attività di riforma assunse come impegno la sicurezza sociale e la qualità della vita (agenzia contro la disoccupazione, assicurazioni contro la disoccupazione e la vecchiaia, riconoscimento dei diritti sindacali, risanamento delle abitazioni e delle città). Uno degli interventi più estesi del potere pubblico in campo economico si realizzò con l’istituzione della Tennessee Valley Authority, un’agenzia federale per lo sfruttamento idroelettrico di quell’area. Il New Deal attuò una politica di deficit di bilancio e di incremento della spesa pubblica come leva per orientare lo sviluppo e ridurre i dislivelli di reddito tra i ceti sociali, che fu considerata da alcuni la pratica applicazione delle teorie dell’economista John Maynard Keynes. In termini economici il New Deal si risolse in un parziale successo (ad esempio il reddito pro capite nel 1940 fu inferiore, ma di poco, a quello del 1929); in termini politici riuscì a conciliare risanamento economico e ampliamento della democrazia.

La seconda guerra mondiale

In politica estera gli Stati Uniti, pur vigilando sulle proprie aree d’influenza, avevano ripreso posizioni isolazioniste che le leggi di neutralità del 1935-1937 ribadirono. Allo scoppio della seconda guerra mondiale Roosevelt e il suo segretario di stato Cordell Hunt si impegnarono per convincere Congresso e opinione pubblica della necessità di fornire aiuti agli stati aggrediti da Adolf Hitler. Dopo la terza elezione a presidente, Roosevelt rinsaldò i legami con le democrazie occidentali firmando con Winston Churchill la Carta Atlantica, che riaffermava alcuni principi del programma di Wilson (autodeterminazione dei popoli, collaborazione pacifica, ricerca della pace tramite organismi internazionali) e che sarebbe divenuta di lì a poco la piattaforma politica dell’ingresso in guerra degli Stati Uniti.

Questa decisione fu adottata l’8 dicembre 1941, il giorno dopo l’attacco sferrato dai giapponesi alla base americana di Pearl Harbor, nelle Hawaii: la dichiarazione di guerra al Giappone fece scattare il meccanismo delle alleanze internazionali, per cui Germania e Italia dichiararono guerra agli Stati Uniti (11 dicembre). Il grande sforzo bellico permise agli Stati Uniti di superare lo svantaggio che inizialmente avevano con il Giappone e di inserirsi nel fronte europeo e africano con un contributo decisivo di uomini e di mezzi. Alle operazioni di guerra si correlò un’intensa attività diplomatica, condotta da Roosevelt di concerto con Churchill (ma talvolta con dissensi anche profondi da parte del primo ministro inglese), e sfociata nelle Conferenze del Cairo, di Teheran e di Jalta, che ebbero effetti risolutivi sia per le sorti della guerra sia per la sistemazione geopolitica del dopoguerra.

Il piano Marshall

La guerra segnò di fatto l’espansione planetaria degli Stati Uniti, la cui influenza nel dopoguerra si esercitò, in forme e con intensità differenti, in America latina, in Giappone, nelle Filippine, nel Pacifico, in diversi paesi dell’Africa e dell’Asia, in tutte le democrazie occidentali dell’Europa. L’egemonia americana si consolidò con azioni di intervento diretto o, più spesso, indiretto nella vita politica degli stati, nelle relazioni internazionali, nelle scelte economiche. In Europa con il piano Marshall furono erogati ingenti aiuti finanziari e materiali, necessari a rimettere in sesto l’economia postbellica. Si trattava di una necessità prioritaria per gli stessi Stati Uniti perché un’Europa in ripresa avrebbe potuto divenire un mercato per l’economia americana. Il programma di assistenza presentava anche un risvolto politico, essendo finalizzato a rafforzare i legami di fedeltà con i paesi dell’Europa occidentale, in primo luogo con quelli nei quali i partiti comunisti avevano ottenuto alte percentuali di voti alle prime elezioni del dopoguerra (Italia e Francia).

La Guerra Fredda

Il contrasto che già nell’immediato dopoguerra divise le due potenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, assunse un carattere totale: fu cioè conflitto ideologico, strategico, politico ed economico. Il democratico Harry Truman, presidente dal 1945 al 1953, fu artefice di una linea politica tendente all’arretramento del comunismo nel mondo, nella quale si collocarono sia il piano Marshall di aiuti all’Europa, esteso a livello mondiale col programma detto del “Quarto punto”, sia il Patto Atlantico di alleanza militare dei paesi occidentali (NATO). Il clima di contrapposizione quasi religiosa che si respirava negli anni della cosiddetta Guerra Fredda contagiò anche la politica interna americana, con la campagna anticomunista (il maccartismo, dal nome del suo promotore, il senatore Joseph McCarthy), che colpì soprattutto artisti, intellettuali e sindacalisti. In Corea, Truman non esitò a inviare un corpo di spedizione per ricacciare le forze comuniste dal Sud: la guerra che derivò coinvolse anche URSS e Cina e costituì il primo episodio di conflitto regionale combattuto con l’intervento diretto delle superpotenze.

La presidenza Eisenhower

Il successore di Truman, Dwight David Eisenhower, governò tra il 1952 e il 1960, in un periodo di contraddizioni: da una parte l’economia raggiunse livelli record, dimostrando agli americani come il sistema capitalistico consentisse a milioni di persone di raggiungere il benessere e di incrementare i consumi; dall’altra emersero conflitti razziali che sembravano appartenere al passato. Gravi disordini portarono alla luce la questione dei neri, che denunciarono la discriminazione razziale e la povertà della loro condizione di vita. In politica estera Eisenhower estese la presenza militare americana in Asia, fornendo aiuti militari al Laos e patrocinando la costituzione della SEATO (organizzazione militare di difesa dei paesi non comunisti del Sud-Est asiatico). Nel corso della crisi di Suez (1956) tenne una condotta prudente che di fatto sconfessava l’azione militare di forza anglo-francese, pensata in risposta alla nazionalizzazione del canale da parte dell’Egitto, ma sospese gli aiuti finanziari promessi al presidente Nasser.

John F. Kennedy e Lyndon Johnson

Il programma elettorale battezzato “Nuova frontiera” con cui John F. Kennedy vinse le elezioni del 1960, frutto della collaborazione con gli intellettuali democratici, suscitò speranze in patria e nel mondo perché indicava la necessità di superare il divario tra paesi ricchi e paesi poveri, e di migliorare le relazioni internazionali. Una volta presidente, Kennedy sostenne la costituzione dei Corpi della Pace (associazioni di volontari impegnati per lo sviluppo nei paesi del Terzo Mondo), varò il piano di “Alleanza per il progresso” per aiutare l’economia latinoamericana, e misure per l’integrazione dei neri, fortemente volute dal fratello Robert, allora ministro della Giustizia. Proprio sull’America latina (Cuba) Kennedy puntò la propria attenzione, temendo che la rivoluzione castrista aprisse le porte a un avamposto del comunismo, tanto pericoloso quanto più era prossimo ai confini americani. Quando la minaccia si concretizzò con l’installazione dei missili sovietici, Kennedy decretò il blocco dell’isola, sfidando la reazione sovietica. Il ritiro dei missili da Cuba scongiurò quella che era parsa la minaccia di una terza guerra mondiale.

La morte di Kennedy (1963), in un attentato compiuto a Dallas (Texas) in circostanze mai del tutto chiarite, portò alla presidenza Lyndon B. Johnson, il quale estese la politica d’integrazione razziale, turbata da gravi tumulti che sconvolsero alcune grandi città e dall’assassinio del leader nero Martin Luther King. Sotto la presidenza Johnson l’impegno americano in Indocina crebbe considerevolmente e iniziarono anche i bombardamenti di città nordvietnamite. Ma l’impopolarità della guerra, contro la quale si levò la protesta dei pacifisti con risonanza nell’opinione pubblica occidentale, e la consapevolezza di non poterla risolvere militarmente indussero ad avviare le trattative per una soluzione concordata. Nel frattempo, nel luglio 1969, la NASA lanciò con successo la missione lunare dell’Apollo 11, con a bordo gli astronauti Neil Armstrong, Edwin Eugene Aldrin e Michael Collins.

Nixon, Ford, Carter

I negoziati tra nord e sudvietnamiti, aperti a Parigi nel 1969, furono appoggiati dal successore di Johnson, Richard Nixon, che dopo aver ordinato l’invasione della Cambogia e del Laos e l’intensificazione dei bombardamenti sul Vietnam del Nord, considerata l’impossibilità di vincere la guerra, iniziò il ritiro graduale delle truppe americane dal Vietnam. Nixon rilanciò una strategia di pace sia con gli accordi diplomatici firmati con la Cina di Mao, che rimettevano il gigante asiatico nella sfera delle relazioni internazionali, sia con i trattati per la riduzione delle armi atomiche sottoscritti con l’URSS. Nixon fu costretto a dimettersi perché coinvolto nello scandalo Watergate, che da inchiesta giornalistica assurse a simbolo della battaglia per la libertà di opinione, valore costitutivo della storia americana, calpestata dalle illegalità scoperte nell’amministrazione presidenziale.

Dopo la presidenza repubblicana di Gerald Ford i democratici tornarono alla Casa Bianca con Jimmy Carter, il quale cercò di ripristinare il prestigio americano scosso dalla guerra del Vietnam, rilanciando un’azione internazionale di segno nuovo, che ebbe il suo maggior successo nella mediazione tra egiziani e israeliani, conclusasi con gli accordi di pace di Camp David. Alla grave crisi economica oppose un piano di austerità nazionale che prevedeva il controllo dei prezzi e dei salari.

La politica internazionale dovette confrontarsi con la svolta operata dall’URSS di Brežnev, che rimetteva in crisi la distensione internazionale: infatti all’invasione russa dell’Afghanistan Carter rispose con forti contromisure (sospensione degli accordi sulle armi atomiche, embargo dei cereali, avvio del programma degli euromissili). La sua presidenza si chiuse con lo smacco conseguente al fallimento del tentativo di liberare i diplomatici americani, ostaggio dei seguaci dell’ayatollah Khomeini a Teheran.

Ronald Reagan e George Bush

Quando nel 1980 salì alla carica presidenziale, Ronald Reagan trovò un’America politicamente debole, incapace di reagire alla politica di riarmo e di espansione della Russia di Brežnev e con un’economia in condizioni precarie. La politica da lui attuata nel corso di due presidenze fu battezzata “reaganomics” proprio per rimarcarne il tratto personale. Del reaganismo sono state sottolineate le scelte fiscali e finanziarie, improntate al più radicale liberismo: riduzione delle tasse, contrazione dello stato sociale, massima libertà nei rapporti di lavoro (deregulation). Il boom finanziario che seguì dimostrò la sua fragilità con l’allarmante crollo della Borsa del 19 ottobre 1987.

Con Reagan i bilanci dell’esercito registrarono un forte incremento, dovuto principalmente alla Strategic Defense Initiative, o Star Wars, “guerre stellari”, e agli euromissili: entrambe le decisioni ebbero comunque l’effetto di indurre i sovietici a riprendere i negoziati per la riduzione delle armi offensive. Il 19 novembre 1985 a Ginevra ci fu il primo dei cinque summit fra i capi delle due superpotenze, Reagan e Gorbaciov.

Nel 1988 gli statunitensi scelsero la continuità, eleggendo come nuovo presidente George Bush, già vicepresidente di Reagan, il quale conseguì numerosi successi in politica estera, condivisi con il segretario di stato James Baker, così riassumibili: cattura del dittatore panamense e narcotrafficante Manuel Antonio Noriega; vittoria contro Saddam Hussein nella guerra del Golfo, momento culminante della popolarità di Bush; firma del trattato per la riduzione degli arsenali strategici (START); avvio della conferenza di pace per il Medio Oriente; sostegno alla trasformazione democratica dell’Est europeo dopo la caduta del Muro di Berlino (1989).

La presidenza Clinton

Dopo il lungo periodo repubblicano, le elezioni presidenziali del 1992 furono vinte dai democratici guidati da Bill Clinton, che cercò di avviare una politica di riforme che affrontasse sia la situazione economica del paese, investito da una forte recessione, sia la critica situazione sociale, che nel 1992 aveva visto la violenta riesplosione della protesta nera a Los Angeles. Clinton cercò anche di attuare una vasta riforma del sistema sanitario e assistenziale, ma il progetto fallì per l’opposizione dei repubblicani e delle grandi compagnie private di assicurazione.

Poco tempo dopo il suo insediamento Clinton fu coinvolto in una serie di episodi scandalistici, che ne provocarono una caduta di popolarità. Alle elezioni di medio termine del 1994 il Partito democratico subì una cocente sconfitta e i repubblicani conquistarono la maggioranza in entrambe le camere del Parlamento statunitense. La situazione del paese, migliorata sensibilmente dal punto di vista economico e occupazionale, rimaneva però critica per una serie di problemi legati alla diffusione della criminalità e della povertà (soprattutto tra le comunità nere e ispano-americane) e per la comparsa di un preoccupante fenomeno settario bianco, antigovernativo e razzista. Dopo il tragico episodio di Waco del 1993 – in cui, in seguito all’assalto delle truppe federali, avevano trovato la morte un’ottantina di aderenti a una setta estremista asserragliati in una fattoria – nel 1995 l’esplosione di un’auto-bomba davanti a un ufficio federale di Oklahoma City provocò 186 morti e centinaia di feriti.

In politica estera, Clinton confermò il sostegno al presidente russo Boris Eltsin e aiutò il riavvicinamento di israeliani e palestinesi, culminato nell’incontro di Washington tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat (settembre 1993). Gli Stati Uniti ebbero un ruolo importante nella risoluzione della crisi bosniaca e lo sforzo della loro diplomazia condusse agli accordi di Dayton (1995).

Il secondo mandato Clinton

Nel 1996 furono riconfermate sia la presidenza democratica sia la maggioranza repubblicana nel Congresso. Il secondo mandato di Clinton si caratterizzò per una ripresa dell’economia e dell’occupazione, ma anche per un forte deterioramento della situazione sociale. A monopolizzare tuttavia la scena politica nazionale fu per lungo tempo il “Sexgate” (o “caso Lewinsky”, dal nome della stagista della Casa Bianca che agli inizi del 1998 aveva rivelato la sua relazione con il presidente Clinton). Sottoposto a un’inchiesta meticolosissima da parte del procuratore Kenneth Starr e in seguito accusato di falsa testimonianza e di intralcio alla giustizia, Clinton fu oggetto di un’ossessiva e morbosa campagna politico-giuridico-mediatica non condivisa dalla gran parte dell’opinione pubblica. L’offensiva nei confronti della Casa Bianca non ebbe tuttavia gli effetti sperati dai repubblicani, che, penalizzati nelle elezioni di “medio termine” – nelle quali i democratici riconquistarono tutti i loro seggi al Congresso – si videro in seguito bocciare la richiesta di impeachment a carico di Clinton.

In politica estera, Clinton si sforzò per rafforzare il ruolo internazionale degli Stati Uniti. Confermata la sua ostilità a Cuba e alla Libia, il presidente americano si lanciò in un’energica campagna contro il fondamentalismo islamico che lasciò molto freddi i suoi tradizionali alleati arabi come l’Arabia Saudita o la Giordania; questi due paesi si unirono infatti alla protesta araba quando gli Stati Uniti minacciarono un nuovo massiccio intervento militare in Iraq alla fine del 1998 (poi evitato grazie al successo della missione diplomatica del segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan).

In seguito ai drammatici sviluppi del conflitto in atto tra serbi e albanesi in Kosovo, nel febbraio del 1999 gli Stati Uniti presero parte, con gli altri paesi del gruppo di contatto (Russia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia), ai negoziati di Rambouillet, rivolti a raggiungere un accordo che garantisse l’autonomia della provincia serba e la sicurezza della popolazione di etnia albanese e che scongiurasse il precipitare della crisi. Dopo il fallimento dei negoziati, l’amministrazione statunitense fu la più risoluta nel sostenere l’intervento armato dell’“Allied Force” (Forza Alleata), una coalizione formata da alcuni paesi della NATO, tra cui l’Italia.

Tra gli effetti collaterali del conflitto vi fu un deterioramento delle relazioni tra Stati Uniti, Russia e Cina. L’ambasciata cinese di Belgrado fu peraltro colpita durante i bombardamenti, ma l’incidente non ebbe conseguenze sui negoziati commerciali tra Washington e Pechino, che a novembre del 1999 firmarono (smentendo le voci che davano per imminente una clamorosa rottura delle trattative) uno storico accordo che aprì il mercato cinese (definito “il più grande della storia”) alle merci statunitensi.

Nel corso degli ultimi due anni della presidenza Clinton l’economia del paese, grazie soprattutto al settore delle telecomunicazioni e ai sorprendenti sviluppi delle attività legate alla new economy, registrò un’ulteriore crescita (nel maggio 1999 l’indice Dow Jones, triplicato sotto la presidenza Clinton, superò per la prima volta 11.000 punti; nello stesso anno la crescita economica complessiva del paese fu del 4,2%, con un picco del 7,3% nel quarto trimestre). Ma i profondi sconvolgimenti avvenuti nell’economia e nella società statunitense e la sempre più ineguale distribuzione della ricchezza favorirono anche la diffusione del malcontento e la comparsa di un forte movimento di critica alla globalizzazione, che, nato all’interno dei movimenti della sinistra radicale ed ecologista, si estese presso altri settori della società statunitense e nel mondo del lavoro; nella primavera del 2000, tra i protagonisti della clamorosa protesta contro il vertice di Seattle dell’Organizzazione mondiale per il commercio (WTO), vi furono infatti i sindacati e centinaia di organizzazioni operanti nei più diversi ambiti sociali.

La presidenza di George W. Bush

La campagna elettorale per la presidenza, che oppose il vicepresidente Al Gore, candidato dei democratici, a George W. Bush, si concluse con la vittoria di quest’ultimo. Decisiva ai fini del risultato finale fu la candidatura di Ralph Nader, popolare difensore dei diritti civili, che sottrasse al democratico Gore una parte dell’elettorato, sebbene modesta (2,6%).

Quelle del 2000 furono tra le elezioni più incerte e combattute della storia degli Stati Uniti, non solo per l’insolita lunghezza della campagna elettorale – durata praticamente tutto l’anno – e per la sua asprezza, ma anche per la confusione che caratterizzò la fase conclusiva. Lo stretto margine di voti che separava i due contendenti in diversi stati (e soprattutto in Florida, dove i democratici contestavano la validità dello scrutinio) tenne in sospeso il paese per più di un mese dal voto popolare; solo il 13 dicembre, e con lo scarto di un solo voto, la Corte Suprema convalidò la vittoria di Bush.

Nei primi “cento giorni” – che nel sistema politico statunitense rappresentano un importante segnale dell’indirizzo che la nuova amministrazione intende seguire – il presidente Bush prese decisioni significative circa molte questioni anticipate durante la campagna elettorale: lotta all’aborto, alleggerimento della pressione fiscale, tagli ai finanziamenti dei settori assistenziale, previdenziale e scolastico. Dopo timidi segnali di ripresa economica, a partire dalla primavera 2001 l’industria statunitense iniziò a perdere colpi; le maggiori perdite si ebbero nel settore della New economy, con la chiusura di centinaia di imprese.

In politica internazionale le prime iniziative della nuova amministrazione indicarono un netto cambiamento di rotta e una ridefinizione degli obbiettivi strategici americani. Annunciata dallo sblocco della vendita di armi a Taiwan e da due aspri scontri diplomatici con Mosca e Pechino, la strategia statunitense si delineò ulteriormente con la rimessa in discussione di una serie di importanti trattati internazionali – sull’ambiente, sulle armi batteriologiche, sulle armi leggere, sulle mine antiuomo – in attesa di ratifica. Il nuovo vento “unilateralista” si manifestò anche con la diminuzione dell’impegno nei confronti di alcune questioni internazionali (ad esempio il conflitto nei Balcani e in Medio Oriente), costantemente nell’agenda della passata amministrazione. Bush rilanciò inoltre il progetto del cosiddetto “Scudo spaziale” – la National Missile Defense, Difesa missilistica nazionale – già caro al presidente Reagan, incontrando la ferma opposizione della Cina e della Russia ma anche la perplessità dei paesi dell’Unione Europea, preoccupati di una pericolosa corsa al riarmo.

11 settembre 2001

L’11 settembre 2001 gli Stati Uniti vennero colpiti da un attacco terroristico di sconvolgenti dimensioni, lanciato contro i simboli del potere politico ed economico. In un’agghiacciante sequenza, tre aerei di linea vennero sequestrati da commando suicidi e scagliati, nel breve arco di tempo di un’ora (dalle 8,45 alle 9,43) con tutto il loro carico umano contro le Torri Gemelle del World Trade Center di New York e la sede del ministero della Difesa americano, il Pentagono. Un quarto aereo dirottato, dopo aver solcato i cieli alla ricerca di un ulteriore obbiettivo (forse Camp David, la residenza estiva del presidente, forse la Casa Bianca o addirittura lo stesso Bush, in viaggio verso Washington a bordo dell’aereo presidenziale) precipitò al suolo nei dintorni di Pittsburgh alle 10,47. Dopo lo schianto del primo aereo contro la torre nord del World Trade Center, l’attacco venne ripreso e trasmesso in tutto il mondo dalle televisioni. Centinaia di milioni di persone assistettero così in diretta al violento impatto del secondo aereo contro la torre sud e poi, tra le 10 e le 10,27, al crollo delle due torri che travolse migliaia di persone e coprì Manhattan di uno spesso strato di polvere e fumo. L’attacco terroristico causò molti morti (più di tremila secondo le fonti ufficiali) e centinaia di feriti, lasciando il paese in uno stato di profondo shock. Per limitare i nefasti effetti dell’attentato, la Borsa di Wall Street rimase chiusa per alcuni giorni. L’azione, non rivendicata, venne subito attribuita al radicalismo islamico e a uno dei suoi principali esponenti: Osama Bin Laden.

Una nuova strategia mondiale

Dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 la lotta contro il terrorismo diventò la preoccupazione principale dell’amministrazione statunitense. Il presidente Bush lanciò una campagna diplomatica volta a ottenere il più ampio sostegno internazionale per un’energica offensiva contro l’organizzazione Al Qaeda di Osama Bin Laden, ritenuto il mandante dell’attacco terroristico, e l’Afghanistan che ne ospitava le basi. Bush ottenne il sostegno, oltre che degli alleati della NATO (che attivò il meccanismo di solidarietà militare previsto dall’articolo 5 dell’organizzazione), di moltissimi altri paesi. Alla coalizione capeggiata da Washington si aggiunse anche il Pakistan, sino ad allora il maggior alleato dei taliban. Fallito l’ultimo tentativo diplomatico con il rifiuto di Kabul di consegnare Bin Laden, il 7 ottobre la coalizione capeggiata dagli Stati Uniti lanciò contro l’Afghanistan l’operazione “Enduring Freedom” (“Libertà duratura”), rivolta ad annientare la macchina bellica dei taliban e a favorire l’instaurazione di un regime moderato nel paese.

Il 12 ottobre si diffuse negli Stati Uniti l’allarme batteriologico; nelle redazioni di diversi giornali e reti televisive vennero infatti recapitate lettere contenenti spore di Bacillus antrax, agente responsabile del carbonchio. Diverse furono le persone contagiate e cinque le vittime. Tracce del bacillo vennero rinvenute nell’edificio del Senato e anche la Camera dei rappresentanti fu evacuata e chiusa per una settimana. Dalle indagini non emersero collegamenti con il terrorismo fondamentalista islamico, ma con organizzazioni estremiste di destra statunitensi. Il governo di Washington rafforzò le misure di sicurezza; dopo centinaia di arresti sui quali venne mantenuta un’assoluta segretezza, il presidente Bush firmò un decreto che istituiva tribunali militari speciali per i cittadini stranieri sospettati di terrorismo.

Nell’arco di pochi mesi la nuova amministrazione statunitense ridisegnò completamente il quadro strategico e quello dei rapporti diplomatici con i suoi alleati e con il resto del pianeta. Nel discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato il 29 gennaio 2002, il presidente Bush pose la lotta al terrorismo al centro dell’attività del suo governo; secondo la nuova strategia, gli Stati Uniti avrebbero dovuto promuovere e guidare una lotta senza quartiere sia contro le organizzazioni terroriste, sia contro gli stati sospettati di favorirne l’azione. Tra quelli considerati “stati canaglia” dall’amministrazione americana, Bush ne menzionò esplicitamente tre (Iraq, Iran e Corea del Nord), accomunandoli sotto l’etichetta di “asse del male” e accusandoli di perseguire lo sviluppo di armi di distruzione di massa. Nei mesi successivi Washington concentrò la sua offensiva diplomatica contro l’Iraq. La nuova politica di Bush si scontrò in diverse occasioni con gli alleati europei – in particolare con la Germania e con la Francia, anche per la svolta compiuta nei confronti della crisi israelo-palestinese, che aveva visto l’amministrazione statunitense schierarsi apertamente al fianco del premier israeliano Ariel Sharon – ma infine prevalse: a sancire l’affermazione della visione strategica fu il nuovo ruolo assegnato alla NATO e l’allargamento dell’alleanza ai paesi dell’Est europeo.

La crisi internazionale determinata dagli effetti degli attentati dell’11 settembre ebbe l’effetto di far passare in secondo piano la situazione economica del paese, che nonostante una serie di interventi della Federal Reserve registrava un forte rallentamento. A ostacolare la ripresa economica intervennero anche una serie di gravi scandali finanziari (e in particolare, nel dicembre 2001, quello della Enron, gigante texano del settore energetico), che assestarono un duro colpo alla credibilità del mercato borsistico statunitense e internazionale. Il fallimento della Enron, il più grave della storia statunitense, coinvolse non solo un’importante società di revisione, la Arthur Andersen, ma lo stesso governo di Washington, di cui il presidente della società texana, Kenneth Lay, era stato un importante sostenitore. Il caso Enron, diventato in poche settimane uno scandalo di enorme portata, provocò un grave scontro tra le due principali istituzioni statunitensi, il Congresso e la Casa Bianca; in seguito al rifiuto di consegnare alle commissioni parlamentari gli atti relativi al rapporto intercorso tra la presidenza e la Enron, il General Accounting Office (una sorta di “corte dei conti”, formata però da parlamentari) avviò infatti, per la prima volta nella storia del paese, una formale causa contro il governo davanti al Tribunale di Washington.

Agli inizi del 2002 la pubblicazione di alcune foto dei prigionieri catturati in Afghanistan e rinchiusi nella base militare di Guantánamo, a Cuba, sollevò le proteste delle organizzazioni per i diritti umani, che invocarono il rispetto della convenzione di Ginevra. L’amministrazione statunitense accolse solo in parte gli appelli, riconoscendo lo status di prigionieri di guerra ai taliban ma non ai membri di Al Qaeda, l’organizzazione di Osama Bin Laden.

Un nuovo motivo di dissidio con i paesi europei arrivò in marzo, con l’annuncio dell’imposizione di tariffe doganali del 30% sull’importazione di prodotti siderurgici che provocò le proteste dell’Unione Europea; conseguirono scarsi risultati le missioni in Medio Oriente del vicepresidente Dick Cheney e del segretario di stato Colin Powell, rivolte rispettivamente a ottenere il consenso degli stati arabi a un nuovo attacco contro l’Iraq, sospettato dello sviluppo di un programma di riarmo, e il ritiro delle truppe israeliane dai territori palestinesi. L’amministrazione statunitense proseguì tuttavia sul cammino intrapreso, volto alla difesa politico-economica e militare degli Stati Uniti, e, dopo la denuncia del trattato ABM (Anti-Ballistic Missile) firmato con l’Unione Sovietica nel 1972, riprese i test missilistici rivolti alla costruzione dello “scudo spaziale”. In maggio, alla firma di un accordo tra Bush e Putin per una drastica riduzione degli arsenali atomici statunitense e russo, seguì lo storico accordo, siglato da Putin e dai capi di governo dei paesi membri della NATO, che diede vita al Consiglio NATO-Russia, diretto ad approfondire la collaborazione tra Mosca e i paesi membri dell’Alleanza atlantica.

Sul fronte interno, una nuova crisi si abbatté nel giugno 2002 sul mercato finanziario statunitense, già duramente provato dal caso Enron. Accusata di frode, la compagnia di telecomunicazioni WorldCom, la seconda del paese, perse in borsa il 90% del suo valore. Il crollo di WorldCom trascinò al ribasso i listini di tutte le principali piazze finanziarie del mondo. Nell’intento di rassicurare gli investitori, a luglio il Parlamento statunitense votò un provvedimento per rafforzare le pene (fino a 25 anni di carcere) verso i responsabili di falsificazione dei bilanci delle società. In occasione del vertice delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile di Johannesburg, il segretario di stato Colin Powell confermò la posizione degli Stati Uniti, intenzionati a non assumere alcun impegno in tema di protezione dell’ambiente.

Le elezioni di medio termine del 5 novembre 2002 registrarono una forte avanzata dei repubblicani, che confermarono con 226 seggi (su 435) la maggioranza già posseduta alla Camera e ottennero, con 51 seggi, anche la maggioranza del Senato. Nelle contestuali elezioni per il rinnovo dei governatori, i democratici si aggiudicarono 23 stati su 36. In Florida – al centro delle polemiche nelle contestate elezioni presidenziali del novembre 1999 – “Jeb” Bush, il fratello del presidente George W. Bush, venne confermato alla carica di governatore. Alla fine di novembre il Senato approvò definitivamente l’istituzione di un nuovo ministero incaricato della sicurezza interna e della lotta al terrorismo. Contro il provvedimento, già passato al vaglio della Camera, si espressero solo sette senatori democratici.

Guerra all’Iraq

In occasione del primo anniversario dell’attacco terroristico dell’11 settembre 2001, Bush ribadì l’impegno degli Stati Uniti contro il terrorismo, indicando nell’Iraq di Saddam Hussein, sospettato di possedere armi di distruzione di massa, il principale obbiettivo della strategia militare statunitense. Pochi giorni dopo il governo di Washington diede avvio a una battaglia diplomatica in seno alle Nazioni Unite, rivolta all’adozione di una dura risoluzione contro l’Iraq; il presidente Bush si dichiarò pronto ad attaccare il paese mediorientale anche senza l’avallo dell’ONU. Agli inizi di ottobre Bush ottenne il sostegno del Congresso, che lo autorizzò a utilizzare la forza contro l’Iraq. Il mese seguente il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite decise l’invio di ispettori internazionali in Iraq e minacciò serie conseguenze in caso di mancato disarmo.

Di fronte a un rallentamento delle ispezioni, dovuto alla mancata cooperazione dell’Iraq, Bush richiese alle Nazioni Unite l’autorizzazione all’uso della forza, che però gli venne negata in seno al Consiglio di Sicurezza dal veto di Germania, Francia, Russia e Cina, persuase della necessità di attendere la fine della missione degli ispettori internazionali. Con l’appoggio militare di Regno Unito, Australia e Polonia, e il sostegno di altre nazioni, gli Stati Uniti decisero di agire anche senza l’avallo dell’ONU e il 20 marzo 2003 diedero inizio all’operazione “Iraqi Freedom”.

Grazie alla netta superiorità militare e tecnologica e all’impiego massiccio dell’aviazione che in breve tempo bombardò con precisione i principali obiettivi strategici, le forze della coalizione avanzarono da sud con incredibile rapidità ed entrarono a Baghdad il 6 aprile. La caduta della capitale facilitò poi l’avanzata da nord, sostenuta dalle forze curde appoggiate da corpi speciali statunitensi, e portò alla caduta di Kirkuk e Mosul pochi giorni dopo. La campagna militare si concluse il 14 aprile con la presa di Tikrit e la fine della guerra fu ufficialmente dichiarata da Bush il 1° maggio.

Sviluppi recenti

Alla facilità delle operazioni militari non è corrisposto però un altrettanto facile dopoguerra. Nonostante l’arresto di alcuni dei più importanti rappresentanti del Partito Baath e l’uccisione dei due figli del “raìs”, Uday e Qusay, la situazione in Iraq permane tuttora in uno stato di profonda precarietà che nemmeno l’arresto di Saddam Hussein il 13 dicembre 2003 pare aver modificato. La creazione di un organo (CPA, Coalition Provisional Authority, guidato dallo statunitense Paul Bremer), preposto all’amministrazione del paese, ha preceduto la formazione di un consiglio di governo provvisorio, costituito dai rappresentanti di curdi, sunniti e sciiti, ma dotato di poteri limitati e controllato da funzionari del CPA. La ricostruzione delle infrastrutture, la disoccupazione dilagante, i contrasti tra il CPA e il governo locale, oltre alla sempre più diffusa ostilità del popolo iracheno verso gli occupanti, sono solo alcuni dei problemi che l’amministrazione alleata deve affrontare quotidianamente, facendo altresì fronte ai numerosi attacchi suicidi contro le potenze occupanti che si susseguono dall’inizio delle ostilità.

Nel marzo del 2004 John Forbes Kerry si è aggiudicato la nomination del Partito democratico per la corsa alla Casa Bianca, che però sarà formalizzata solo nella convention di Boston di fine luglio. In quell’occasione dovrebbe essere presentato anche il rapporto conclusivo della “Commissione 11 settembre”, istituita dal Congresso alla fine del 2002 per fornire un quadro esaustivo sugli attentati dell’11 settembre 2001 e su eventuali manchevolezze da parte delle amministrazioni Clinton e Bush nel prestare la dovuta attenzione alle minacce di Al Qaeda, come rivelato dal “Washington Post” nella primavera 2002.